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Cos’è e come si fa la viticoltura biologica?

Cosa distingue la viticoltura biologica da una non bio?

Nell’epoca del green, della salvaguardia ambientale e dei negozi specializzati, la richiesta di prodotti da agricoltura biologica è sempre maggiore. In questo articolo cercheremo di capire insieme cosa li rende tali e, per farlo, ci concentreremo sui vini ottenuti da viticoltura biologica per capire come avvengono i vari passaggi, dal trattamento in vigna fino alla raccolta dell’uva. Oltre a questo, vedremo quali sono le differenze rispetto a una coltivazione non bio. Iniziamo!

Numeri da record

Il biologico rappresenta una fascia di mercato sempre maggiore: come dimostra una recente indagine di Accredia, Unioncamere e Infocamere, infatti, solo nel 2018 le aziende produttrici di agricoltura biologica sono aumentate di 4.500 unità, per un totale di 62.000 produttori italiani dedicati al biologico. Un trend molto sentito in Emilia-Romagna, che è tra le prime cinque Regioni italiane per maggior numero di aziende certificate biologiche.

Non è un caso: secondo i dati dell’assessorato all’Agricoltura della Regione, infatti, in Emilia Romagna le superfici coltivate a biologico sono aumentate del 70% dal 2014 al 2018, per un totale di 150.00 ettari.

Quanto alla viticoltura bio, secondo l’analisi Wine Monitor-Nomisma su dati Fibl, elaborata in occasione di Vinitaly 2016 e presentata alla Tavola Rotonda organizzata da FederBio ‘Il mercato europeo del vino biologico, strategie per lo sviluppo e l’internazionalizzazione’, l’Italia ha raddoppiato la propria superficie coltivata negli ultimi 5 anni. Un incremento che si concentra in quattro regioni: Piemonte, Marche, Sicilia e, ça va sans dire, Emilia-Romagna.

 

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Questioni di nomi

Tuttavia, è bene non confondere la viticoltura biologica con la produzione di quei vini detti “naturali” o biodinamici, anch’essi sottoposti a un costante aumento di interesse culturale, sempre più diffusi in enoteche e wine bar specializzati. Ma se il vino biologico è normato a livello comunitario, con tanto di marchio riconosciuto dall’Unione Europea, “naturale” e “biodinamico” sono due concetti meno rigidi.

Il vino “naturale”, infatti, è quello che presuppone il minor intervento umano possibile nel ciclo produttivo, è il risultato di una filosofia produttiva, ma non può essere normato per legge: definendo un vino “naturale” si supporrebbe che gli altri non lo siano e il vino, che come unico ingrediente ha l’uva, è un prodotto naturale di per sé.

Diverso è il caso del vino biodinamico, basato sul rispetto del ciclo della natura, che attualmente è certificato da alcune aziende private. I suoi principi sono stati formulati negli anni ‘20 da Rudolf Steiner e sono tre: mantenere la fertilità della terra, liberando in essa materie nutritive, rendere sane le piante, in modo che possano resistere alle malattie, e produrre alimenti della miglior qualità possibile.

Ma per quanti vini “amici” dell’ambiente possano esistere, come si è detto, solo quello biologico (e con lui l’intera categoria della viticoltura bio) gode di un marchio europeo. Il logo è celebre: una foglia stilizzata disegnata con le stelle dell’Unione Europea, su sfondo verde chiaro. Esso deve essere rilasciato dall’azienda vitivinicola produttrice da parte di un ente certificatore autorizzato, lo si trova affisso sulle bottiglie ed è lo stesso che viene utilizzato sulle confezioni degli alimenti biologici.

Cosa dice la legge?

Sul fronte legislativo, nel 2018 è stato approvato il nuovo Regolamento UE, 848/2018, relativo alla produzione biologica e all’etichettatura dei prodotti biologici, che dal 2021 sostituirà quello del 2007. Esso implica controlli sulle aziende a cadenza annuale (per verificare che rispecchino gli standard del biologico) e una riduzione dei costi per i piccoli produttori, che potranno ottenere certificazioni di gruppo. Esso prende atto della “crescente domanda dei consumatori riguardo ai prodotti biologici” ed evidenza una duplice funzione, quella sociale e di tutela dell’ambiente, dell’agricoltura biologica.

La viticoltura biologica, in particolare, è normata anche attraverso il Regolamento UE, 203/2012, che ha ufficialmente sancito la nascita del vino biologico in UE: una legge che si applica al prodotto finito, ovvero al vino, ma che comprende tutti i parametri relativi ai trattamenti in vigna, oltre a quelli riguardanti il lavoro in cantina.

Per esempio, le restrizioni previste dal Regolamento riguardano tutta la filiera produttiva: la certificazione implica una viticoltura biologica e, al contempo, durante le fasi di vinificazione, la limitazione di determinate pratiche enologiche e sostanze coadiuvanti, più largamente utilizzate nella produzione del vino “convenzionale”.

In vigneto, poi, non si possono utilizzare sostanze chimiche di sintesi, tra le quali concimi, diserbanti, insetticidi, anticrittogamici e pesticidi in genere. Insomma, è preferibile prevenire gli attacchi parassitari in maniera naturale. Proibito, come potete immaginare, l’impiego di organismi geneticamente modificati.

È tuttavia importante sottolineare che il divieto riguarda unicamente le sostanze “di sintesi”: le sostanze chimiche presenti in natura, come il noto solfato di rame, sono concesse, seppur in quantità limitata. Dopotutto il rame è tutt’ora un’arma pressoché insostituibile per la peronospera, una delle principali malattie della vite. Il suo utilizzo è comunque soggetto a un limite, che corrisponde a 6 chili per ettaro e per anno.